"In macchina" di Alberto Gais


la macchina

 

L’uomo in macchina allungò il braccio per aprire lo sportello e far entrare la ragazza. Lei mantenne un’espressione seria ed entrò adagio, poi finalmente si lasciò andare a un sorriso falsamente gentile, quindi fermò lo sguardo davanti a sé, sul parabrezza e sul buio della stradina vuota.

L’uomo pensò che toccasse a lui rompere il ghiaccio e uscire dall’imbarazzo: non era un incontro semplice, era scabroso e rischioso. Per un attimo si pentì di averlo proposto e ottenuto, e fu quasi sul punto di pensare: chi è questa, e che vuole da me, e che ci faccio io qui? Ma fu costretto ad abbandonare subito quei pensieri.

– Benvenuta. – disse.

– Grazie. – Nonostante i tentativi di mantenersi seria e distaccata il viso della ragazza appariva solo imbronciato.

– Ciao.

–  Ciao.

Guardò anche lui davanti a sé. Ci fu un attimo di silenzio sospeso, poi entrambi scrutarono il buio e l’assenza di gente che proteggeva la loro intimità, quindi finalmente lei si distese verso il viso di lui e gli diede un bacio di saluto sulla guancia.

L’uomo sentì le labbra di lei indugiare per un tempo lunghissimo sul suo viso, senza aprirsi. Poi, come prevedibile, gli bastò girare il collo e incontrò la bocca della ragazza, gliela fece schiudere piano, soffocando a fatica la voglia di divorarla.

La ragazza lo lasciò fare, e un minuto dopo fu lei a mostrarsi avida e vorace.

Passò un tempo non definibile col solo rumore delle labbra che si staccavano e si riavvicinavano e il respiro dal naso, e il cigolio dei sedili dell’auto: non una sola parola.

L’uomo pensò che sarebbe stato bello se tutto si fosse concluso così, in quel modo, e che  dopo quel bacio interminabile si fossero staccati per lasciarsi e non vedersi più. Forse anche lei fece lo stesso pensiero, ma le parole sono spesso fatte per interrompere i momenti più belli, e arrivarono, implacabili e feroci.

– Che stronzo, che stronzo! – disse lei, stringendo i pugni e agitandoli – Perché ci hai messo tanto, perché?

Lui provò a parlare, ma lei lo zittì immediatamente.

– Non dire niente! Prese fiato, poi riprese a insultarlo.

– Sei un maledetto stronzo!

Milioni di parolacce passarono pure nella testa di lui, avrebbe ricambiato con violenza micidiale, arrivando persino alle mani, ma si trattenne e optò per una calma imposta dalle circostanze, decidendo di rimanere fermo e in silenzio.

Intanto i suoi nervi erano diventati tesi come corde di violino, il sangue gli affluiva dal cervello alle gambe con intervalli irregolari e dolorosi: conosceva fin troppo bene quelle sensazioni, sapeva che lasciarle andare gli sarebbe costato molto di più che trattenerle e farsele passare. Sapeva altrettanto bene che le avrebbe lasciate libere. Dovette più volte cambiare posizione sul sedile, per restare quanto possibile composto.

Finalmente parlò.

–  Perché sei venuta? – disse con voce che gli uscì quasi strozzata.

– Stai zitto! Zitto! – disse lei, e fece correre la sua mano lungo i pantaloni di lui, arrivando alla cintola per stringere con forza di pura cattiveria e farlo urlare dal dolore.

– Zitto! – disse ancora, portandogli l’altra mano alla bocca. Lui gliela morse piano, lei reagì con uno schiaffo dato con tutta la forza che le restava.

– Se solo ti fossi accorta di me un po’ prima, ora sarebbe tutto diverso. La mia vita sarebbe diversa, e oggi non mi sentirei così.

Fu in quel momento che lui vide per la prima volta le sue cosce nude, lasciate scoperte da una gonna che, da seduta, era quasi inesistente, ma c’era, e vederla in quel modo era ancora più eccitante.

Non sentì più alcun dolore, e provò invece il gusto inspiegabile del trionfo. Non c’era più niente da combattere, più niente da chiedere. Era tutto lì, tutto solo per lui.

Erano le nove di sera di una splendida giornata di fine maggio, in auto cominciava a far caldo. Il fresco profumo di aria primaverile che entrò dal finestrino si aggiunse al profumo gentile che lei aveva indosso, e all’odore di sesso ubriacante.

Si accorsero del tempo trascorso solo quando lui, esausto, smise di soffrire e si liberò in un sol colpo di tutto quanto accumulato in due ore di passione sfrenata.

Erano entrambi sfiniti, il respiro affannato, umido dappertutto, si ricomposero con naturalezza, come fossero stati in quella situazione tante altre volte.

Ma non era così, quella era la loro prima volta.

Entrambi sapevano però che non sarebbe stata l’ultima, lo sapevano da sempre che se niente fosse successo…ma era successo.

Si accesero una sigaretta. E finalmente lui pensò: Mio Dio, sono pazzo, sono pazzo!

Lei non si limitò a pensare. Disse:

– Sono perduta, ma tu non mi lasciare.

– No.- rispose lui, stringendola. Le accarezzò il viso e lei piegò il collo verso la sua mano come per sentire meglio quella carezza.

– Quando l’hai capito che ti volevo? – lei chiese.

– Non lo so.

– Non dire sciocchezze. Ci deve essere stato un momento in cui hai capito.

– Ti dico che non lo so. Forse è stato uno sguardo, non lo so.

– Ti guardo nello stesso modo da sempre.

– Vuoi dire che?

– Stronzo. Irrecuperabile stronzo!

La situazione era tale che l’uomo non poté fare a meno di pensare a quanto possono essere diaboliche le donne. A moltissimi uomini passano per la testa queste idee, e per fortuna spesso durano pochi secondi. Tuttavia quella era una situazione molto particolare, e lui preferì non credere a quanto lei aveva appena detto.

-Te lo giuro. – disse lui con un sorriso autentico – Non me ne sono mai accorto. Mi ricordo però molto bene di una volta che ho incontrato il tuo viso in mezzo a un sacco di gente. La tombolata in ufficio che organizzò il tuo capo. Non ti viene in mente niente?

Lei lo interruppe bruscamente, come se non avesse ascoltato la domanda.

– Ti piace quando ti dico stronzo?

– Sì. – rispose lui, ma solo per assecondare quella specie di gioco.

– Stronzo! – e finalmente si sciolse in una risata che mise allo scoperto tutta la sua bellezza. – Grandissimo stronzo! Disse ridendo adorabilmente.

– Ti amo. – disse lui, incantato e rapito, come un ragazzino.

-Anch’io- rispose lei – La tombolata, sì, mi ricordo, ma fu due Natali fa. Che cosa dovrebbe venirmi in mente?

– Lascia perdere.

Lascia perdere è una delle cose che le donne non vogliono mai sentirsi dire, e che in fondo un uomo non dovrebbe mai pronunciare per lasciare in sospeso un discorso.

– Un cazzo, lascia perdere! Continua! Non era arrabbiata.

– Se non ti viene in mente nulla vuol dire che quella sera di nulla ti sei accorta.

– Racconta. Mi piace, sì mi piace.

– Non me la dimenticherò mai, quella sera. Sì, non me la sono mai dimenticata. Quel megalomane di Aldo aveva messo in palio premi di salumeria. Io guardavo il prosciutto che faceva bella mostra di sé e pensavo che non lo avrei mai vinto e nemmeno me ne fregava niente. – Si rese conto che quel prologo se lo poteva anche risparmiare, che diavolo c’entrava il prosciutto?

– E poi? – disse lei quasi impaziente.

– Poi scoprii che era molto più interessante guardare i tuoi occhi, finché non li incontrai.

– Io non mi ricordo. E allora?

– Non ci crederai, ma mi accadde una cosa stranissima.

-Ah, sì? E cosa? – sorrideva ammiccante, con espressione quasi trionfante di chi sta per sentirsi dire qualcosa di molto gratificante.

– Pensai che volevo innamorarmi di te.

– Volevi? Che cazzo vuol dire? –

– Sì, in genere non funziona così, lo sai. Si può volere conquistare una donna, oppure di questa donna t’innamori e basta, la volontà non c’entra niente.

– Vuoi dire che ci hai messo due anni per capire?

– Oh no, è successo subito. Quella sera stessa. Ma questo non comportava che fossi obbligato a dirtelo. Tantomeno voleva dire che io ti piacessi. Pensai che sarebbe passato tutto. Pensai a un desiderio morboso che sarebbe svanito la sera stessa, appena ci saremmo salutati.

– Ma tu stavi con – Lui le mise una mano sulla bocca.

– Sss! Si sta parlando di te e di me.

– E io stavo e sto ancora con. – Lui la interruppe di nuovo bruscamente, alzando la voce.

– E torna! Se pronunci un solo nome me ne vado e ti lascio qui.

– Già. Tu saresti capace. Ma ti rendi conto di come sarà la mia giornata di domani?

– Purtroppo sì. – disse lui.

Seguì un lungo bacio e un interminabile silenzio. I nomi non erano stati fatti, ma ormai le persone erano state evocate.

Fu lei la prima a parlare.

– E adesso?

– Adesso cosa? – disse lui, con tono impudente.

Lei si fece seria e severa.

– Adesso come faccio a tornare a casa?

-Hai la macchina no? – disse lui capendo subito la battuta infelice che gli era scappata, ma ormai era tardi.

Fu contento di non ricevere l’ennesimo insulto: lei adesso era troppo occupata a pensare a sé stessa.

-Tu credi che basti qualche ora di sonno per levarmi di dosso la tua persona e i segni che mi lasci?

Lui non seppe cosa dire.

– Sì, ma perché proprio me? Perché proprio io? – sembrava parlare da sola -Avresti potuto guardare altrove, non ti sarebbero mancate altre avventure. Lo sanno tutti come ti diverti con le donne. Perché hai voluto mettere gli occhi proprio su di me? Ti mancava un pezzo alla tua collezione?

– Perché anziché fare domande a me non ti chiedi la cosa più importante? Non lo desideravi?

– Lo vedi che sei scemo? – la parola scemo suonò come un complimento – Una cosa è desiderare, altra è trovarcisi dentro fino al collo. –

Lui guardò ancora estasiato il suo viso, e le sue cosce morbide che sembravano ancora bagnate del sudore della passione. Credette di impazzire, non riusciva a credere a quello che era successo. E soprattutto non aveva né voglia né forza di parlare.

In fondo poi, chi l’obbligava a parlare? Eppure non poteva rimanere in silenzio.

– Davvero mi hai sempre guardato in un certo modo? – chiese.

– Che fai adesso, signor Narciso? Hai ancora bisogno di gonfiare il tuo ego?

Oddio, pensò lui, eccoci alle analisi, ti prego non farlo.

– Sì, ti ho guardato sempre in quel modo. Ma poi smettevo di pensarci. Mi giravo dall’altra parte, guardavo la realtà. Mi dicevo, che stupida! Ma che ti passa per la testa? Ti rendi conto di chi è lui? E di quanti anni ha più di te? Potevo poi contare su di te, che sembravi guardarmi come si può guardare un termosifone? Come avere anche il minimo sospetto di piacerti?

– Eppure quella sera avresti dovuto capirlo, o almeno avere una piccola percezione.

– Tu sei scemo, te l’ho detto, io di quella serata non mi ricordo un cazzo.

Fosse stata una situazione normale, quelle sarebbero state le solite schermaglie, ma quella normale non lo era.

Era qualcosa di molto più scabroso del solito.

Ripensò alle parole che lei aveva detto poco prima:

– Tu credi che basti qualche ora di sonno per levarmi di dosso la tua persona e i segni…?

– Vai a dormire. – le disse.

– Vado, sì.

Improvvisamente sparì il dolce caldo della sera. Scese il gelo. Lei restò in macchina ancora qualche secondo, si guardò appena nello specchietto di cortesia, aprì la borsa, ne estrasse il rossetto, si diede una rapida sistemata. Quindi prese il telefonino e lo riaccese.

– Ciao.

– Buonanotte. – disse lui, sommessamente.

– Buonanotte un cazzo! – L’ennesima parolaccia le uscì con voce rotta, scese dall’auto senza guardarlo.

Un minuto dopo il rombo della Mini di lei gli penetrò nel cervello. Rimase stordito qualche secondo. Non ti ho persa vero? Sembrò volerle dire raggiungendola idealmente mentre si allontanava e spariva dalla sua vista.

Poi disse a sé stesso: No, non l’ho persa, è mia. Sapeva che ci sarebbe stato un seguito, una serie d’incontri senza fiato, nascosti come ladri, fin quando uno dei due si sarebbe stancato prima dell’altro. Era sempre così. Pensò per qualche secondo al paradosso delle storie di passione: sei costretto a nasconderti e a un certo punto non ne puoi più. Decidi di uscire alla luce del sole e ti uccide la routine, e che cazzo!

In quella situazione però lui non era autorizzato a pensare quelle cose. Non poteva far altro che pensare che sarebbe finita presto, non appena lei fosse rinsavita.

Mise in moto e partì in direzione opposta a quella presa da lei.

– Dove vado? – si disse.

Accostò subito dopo, si fermò e fece un lungo respiro. Si guardò nello specchietto della macchina e rimase a fissare a lungo le rughe sotto gli occhi. Quindi si passò la mano destra su tutto il viso, come a volerlo accarezzare.

Non fu affatto sorpreso dell’argento che spuntava sulle tempie e sull’attaccatura dei capelli. Aveva la barba rasata da poco, ma ricordò, per averla portata incolta per un po’ qualche giorno prima, che lì i peli erano proprio bianchi, neanche grigio-argento.

Come un narciso indugiava sul suo sguardo, ancora fascinoso, fece smorfie di tutti i tipi, come seguendo i comandi di un fotografo professionista, per vedersi in diversi atteggiamenti, penetrante, assorto, tenebroso, brillante, sorridente.

Improvvisamente vide riflessa nello specchio l’espressione un po’ triste e un po’ ebete di uomo spaventato da sé stesso. Immagine ferma, per lunghi minuti, come se una misteriosa forza gliela tenesse bloccata lì, con perfida volontà di farlo finalmente sentire ridicolo.

Gli venne in mente ancora il viso fresco e ammiccante della ragazza, l’arrogante freschezza senza grazia dei suoi vent’anni o poco più, il collo agile a lungo baciato, la schiena flessibile che lui spingeva con le mani verso di sé e che tornava nella posizione iniziale, come se in quella fase fosse lei a spingere le mani di lui all’indietro.

E ancora pensò ai suoi gemiti, che si accompagnavano al fiato con lo stesso ritmo, mentre sentiva invece che i suoi, di respiri, avevano accompagnato le urla di piacere con affanno, e che il cuore, nel momento dell’orgasmo, avesse fatto una lunga corsa lungo il petto e nel collo fino a fermarsi in bocca, appena in tempo per riprendere i suoi battiti normali.

E che quella volta un leggero spavento lo aveva assalito per qualche secondo.

Pensò che questa volta non gli sarebbe bastato dire a sé stesso le solite frasi: che grande puttana, che troia, adesso col cazzo che mi rivedi, col binocolo mi rivedi. No, no, si era avvitato da solo in una storia che non gli avrebbe perdonato e concesso nulla, se non – solo qualche volta – fermarlo in tempo prima di comporre il suo numero di telefono, ricordandogli i rischi e riportandolo a miti consigli, suggerendogli di aspettare, che a chiamare poi ci avrebbe pensato lei.

Perché tanto avrebbe chiamato.

Già, e se non chiama?

A chi avrebbe potuto raccontare di lei e di quello che c’era stato e forse ci sarebbe stato ancora? Quante volte una donna aveva rappresentato solo un trofeo da mostrare? Lo scalpo da conservare in qualche cassetto, di una scrivania o della memoria. E adesso?

Ebbe molta pena di sè stesso, fino a quando lanciò un urlo:

– Vaffanculo porco mondo! Pensò ai suoi quarantadue anni, gli venne in mente Claudia, che lo aveva piantato due anni prima, non sopportando più la sua inguaribile mania di donnaiolo malato di sesso.

Per un attimo fu sfiorato dalla tentazione di tornare da lei, avrebbe giurato e spergiurato che lui non sarebbe più stato lo stesso, e chi sa, forse lei lo avrebbe ancora ripreso con sé, dopo due anni.

No, non lo avrebbe ripreso, certo che no.

E non gli avrebbe creduto, come sarebbe stato possibile? Eppure, in quel momento lui era certo che un’epoca era finita, che per qualsiasi persona al mondo arriva sempre il momento di crescere, di smettere di fare certe cose.

Scese dall’auto, camminò nervosamente e cercò di scrollarsi di dosso quella malinconia che lo avvinceva, lo stavano aspettando, era già in ritardo.

Ma il pensiero più tremendo non gli era ancora venuto in mente: Elisa, sua sorella.

Rimasti orfani quando erano ragazzini, lei aveva due anni in più, si erano sempre voluti bene. Aveva sempre adorato il senso di protezione che Elisa aveva per lui.

Non era riuscito a dirle niente quando restò vedova, con un figlio da crescere e senza un lavoro: ma non le aveva mai fatto mancare niente, lui che i soldi li aveva fatti.

Si erano visti due giorni prima e lei gli aveva spezzato il cuore.

– Faccio in tempo a vedere Paolo sistemato con un buon lavoro, grazie a te. Ora non mi resta che sperare che il suo sia un matrimonio felice.

– Che stai dicendo Elisa? aveva chiesto lui allarmato. E così lei gli confidò l’esito di un esame medico, crudele e con un margine di speranze molto esiguo.

– Non ci credo. – aveva detto lui, col fiato che gli mancò all’improvviso.

– Guarda che per il momento lo sai solo tu. Con Paolo parlerò dopo che si sarà sposato, ormai ci siamo. Affronterò la cosa al loro rientro dal viaggio di nozze.

A questo ricordo così recente seguì sgomento e panico. Pianse, per qualche minuto a singhiozzi. Poi tossì, si soffiò il naso e cercò di ricomporsi alla meglio, controllò che il colletto della camicia fosse pulito, e con la mano si spolverò la parte superiore della giacca, per eliminare tracce di capelli.

Quanto al profumo di lei, quello chi sa per quanto tempo gli sarebbe rimasto addosso, sugli abiti e sulla pelle. Se avesse dovuto incontrare un’altra donna questa l’avrebbe sgamato in un attimo. Magari fosse stato così: per lui il rischio era molto maggiore.

Finalmente risalì in macchina, mise in moto e fece solo pochi chilometri.

Vide le luci del locale e si fermò.

Scese e vide uno degli amici che fumava una sigaretta fuori dal ristorante.

– Che hai avuto da fare di così importante? – gli chiese l’amico – Ti sei perso il più bello della festa.

– Sì? – disse lui, sfacciatamente sovrappensiero. Poi tornò presente a sé stesso.

– Che avete fatto, gli avete messo la solita bagasciona che gli balla mezza nuda sotto gli occhi? Sempre le stesse cose! E che palle questi addii al celibato.

– Ma no, tuo nipote non ci avrebbe dato soddisfazione, è troppo innamorato, lo sai. Abbiamo giocato a farlo ingelosire. Lui ci ha provato a darci a intendere che stava allo scherzo, ma gli rodeva, oh se gli rodeva!

– Troppo innamorato, vero?

– Già. E noi a prenderlo per il culo, a dirgli vedi che tu sei qui a festeggiare e lei magari sta scopando con un altro. È un classico.

L’amico fece per buttare via la sigaretta fumata solo a metà. Lui gliela prese dalla mano, tirò una lunga boccata, tossì e la buttò.

– Ma che fai? Tu non hai mai fumato.

– Non lo so, mi è venuta voglia così, all’improvviso.

– Entriamo dai, c’è ancora tempo per un bicchiere.

– Un bicchiere, sì. Entriamo.

Quel sapore amaro di tabacco, e un breve colpo di tosse, come punizione poteva bastare, per il momento.

Il locale era gonfio di odori di cucina, soprattutto di fritto. Neanche il fiuto di un segugio di razza avrebbe distinto, lì dentro, un profumo di donna misto a sesso, rimorso e vergogna.

 

 

 

 

 

 

 


Lascia un commento