"La Beretta" di Massimo Messa


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Mi preoccupava la pistola nel cruscotto. Ecco perché avevo spostato i documenti dell’auto nel vano di fianco al cambio. Mi illudevo di sentirmi tranquillo, mi ripetevo che ai posti di blocco non avrebbero potuto perquisirmi e che se anche avessi incrociato i carabinieri non mi avrebbero fatto aprire il cassettino. Sarebbe stata cosa di pochi minuti, una formalità: patente, libretto e via. E poi, dai, la mia Beretta l’ho registrata tre mesi fa. “Regolarmente registrata”, come dicono alla televisione quando certi, che non ne possono più, in un brutto giorno sparano. E’ una pistola da tiro sportivo. E’ come la racchetta per un tennista, la sacca dei ferri che si porta a tracolla il caddy per un giocatore di golf. Niente di più. Eppure il problema stava proprio lì, nel fatto che, una volta finito il lavoro, con la Beretta in macchina, avrei dovuto percorrere la strada più breve dall’ufficio al poligono. Non é permessa alcuna deviazione: Corso Sempione, Viale Certosa, infine Via Achille Papa. Poi da lì a casa, ancora lungo un percorso preciso e prestabilito, depositato in questura. Sono precauzioni, disposizioni di legge. Ma i poliziotti non potranno mai sapere se chi possiede una pistola catalogata avrà mai un giorno brutto o se ha già vissuto il peggiore della sua vita!
Ieri mattina avevo in programma, come da percorso: ufficio, poligono, casa. Ieri sera, invece, mi trovavo da tutt’altra parte. Era come se mi rendessi conto con un attimo di ritardo di quello che stavo facendo. Come quando hai due televisori accesi in sala, uno sul digitale e l’altro sul satellite, non sincronizzati tra loro, sfalsati. Io ero su quello dei due che mandava il segnale per ultimo. Guidavo lentamente lungo quell’argine. Sotto un cielo bianco e ottuso imperversava a tratti la pioggia ed era imminente il buio. Sapevo che le ragazze ci sono anche di pomeriggio inoltrato. Lo sapevo e basta, perché lo sanno tutti. Ciò di cui non avevo proprio idea era che cosa avrei detto. Cercavo di pensarci lungo la strada. Ma non macinavo nulla di plausibile. Mi riusciva di immaginare il dopo, ciò che avrei chiesto una volta che si sarebbe rotta la tensione. Poi ho lasciato perdere. Ho guidato e basta. Dopo aver visto le prime due ho provato a riorganizzare le idee. Me le immaginavo diverse, più alte, più belle. Venere nera: aveva scritto quel giorno là il Corriere. Quelle invece erano grasse, con leggins indecenti, luridi, e labbra di un rosso repellente. Ho proseguito, ne volevo una più bella. Anche volgare, purché più femminile. Magari anche meno truccata. Dietro una semicurva ce n’erano altre cinque. Una più avanti di qualche metro. Ho scelto lei. Non avrei sopportato di intrattenermi con più di una alla volta. Ho accostato, pigiato il pulsantino che abbassa il vetro. Lei s’è girata verso di me rabbiosa, con gli occhi spalancati, la bocca aggressiva e un atteggiamento a muso duro.
“Scusa. Voglio solo parlarti”. La ragazza ha cercato di tornare indietro, ha badato a dove appoggiasse i tacchi di quegli stivali di vernice nera tra la mia Panda e il ciglio della strada, per andare a raggiungere le altre.
“Per favore, vorrei parlare un po’ con te” le ho detto “Se vuoi, cerchiamo un bar, ti offro qualcosa”. Lei ha allungato il passo. Poi si è girata verso di me e, piegandosi in avanti, come fanno i bambini quando protestano per qualcosa, mi ha urlato: “Io non vado con le donne, cercati una lesbica!”. Quindi ha sbraitato qualcos’altro nella sua lingua, verso le ragazze. Rideva, anzi sghignazzava.
“Per favore” ho provato ancora. “Vorrei solo farti una domanda. Sto cercando Venere nera”. Di spalle alzò il dito medio agitandolo come un insulto.
Ho risollevato il finestrino. “Che deficiente!” mi son detta ad alta voce. Che deficiente sono stata a immaginare di poter cavare un ragno da un buco a pagamento.
Di lei non ho mai saputo nemmeno il vero nome né di come se la squagliò in quella notte maledetta. Se era alta, se aveva gli stivali di vernice nera, i capelli lunghi, le treccine, la gonna corta, i fuseaux. Nessuno l’ha scritto. Non era importante per la cronaca. Solo Venere nera, la fantasia tipica dei giornalisti. Avrei voluto sapere qualcosa di più su come Michele l’avesse intrattenuta e se Michele le avesse raccontato i suoi sogni.

Desideravo sapere se da quelle ragazze ce ne vanno tanti di ragazzini di 19 anni. Magari dopo esser stati fuori a giocare a calcetto e poi a mangiarsi una pizza. E se le lusingano, se parlano, se sono un po’ smarriti. Volevo capire se Michele avesse fatto come tanti altri clienti. In un giardino assediato dal deserto.

Ho accelerato e guidato ancora per sei o sette chilometri lungo l’argine. Sulla sinistra si aprivano dei piccoli spiazzi. Con seggiole di plastica, bidoni sfondati, gomme incendiate. Ogni tanto una ragazza. Ho cercato di raccogliere le idee per riprovarci. Per chiedere a qualcun’altra. Ma erano tutte tozze o mascoline o sguaiate. Avrei potuto infilare uno qualsiasi di quegli spiazzi per fare inversione, ma sapevo che poi avrei dovuto riguardare quella con gli stivali neri. E non ne avevo voglia. Meglio fare il giro lungo, tornare sulla circonvallazione e arrivare al poligono.

La scelta del tiro a segno mi è venuta spontanea, determinata. Sapevo che a Linda, che di me ha sempre saputo tutto, qualcosa non tornasse. Le segretarie sono sempre sospettose. Al lavoro sono più invadenti gli uomini. Paolo mi ha anche chiesto chiaro e tondo il perché di questa mia recente passione. Gli ho risposto che ho bisogno degli spari, del rumore e al tempo stesso delle cuffie sulle orecchie. Prima del bang senti solo il tuo respiro. Gli è bastato. Le colleghe, invece, non sanno nemmeno che cosa domandarmi. Certe sono protettive, e quindi fanno finta di capire. Altre, invece, sembrano sollevate nel sentirsi distanti da tutto quello che mi è successo. Dal giorno che sono tornata al lavoro – tre settimane dopo il fatto – mi parlano e sottintendono, come se fosse potuto succedere a chiunque. A tutti può accadere che il figlio esca di casa con gli amici e non torni più e la faccia finita per la vergogna? Ma io lo so che non tutti i figli vanno a puttane. Non tutti sono fermati dai vigili urbani. Anzi, dalla polizia locale, che fa tanto Los Angeles. Non a tutti confiscano la macchina per aver intralciato la viabilità, come vuole l’ordinanza comunale. Proprio su quell’argine. E a nessun altro figlio è capitato di non avere più la forza di tornare a casa.
Mi commiserano perché il mio Michele è andato con una di quelle ragazze. Perché si è fatto beccare, quando tutti sapevano di quell’ordinanza del sindaco, Giuliano Cicogna Malfatti, come si cita lui, in terza persona, quando parla in pubblico. “Giuliano Cicogna Malfatti farà”. “Ci penserà Giuliano Cicogna Malfatti”. “Giuliano Cicogna Malfatti ha fortemente voluto questa ordinanza, doverosa per il decoro della nostra città e della nostra gente. Per colpire, finalmente, i clienti fuori legge che si fermano sul ciglio della strada per stabilire il prezzo”.
Quell’evento, assurdo ma incancellabile, si è insediato per sempre nella mia coscienza.
Adesso lo so. I miei colleghi e tutti gli altri mi commiserano soprattutto perché Michele non ha sollevato il mento.
Gli ho insegnato io ad ammettere le sue colpe. Per questo mi sono comprata la pistola il giorno stesso del suo funerale. Ma la uso da un paio di mesi. E nessuno ha più avuto niente da recriminare, per questa mia stramberia. Né da temere. Quando Linda ha letto che nel giro di pochi giorni c’erano stati due suicidi nei poligoni, uno a Milano e uno a Napoli, so che ha chiamato mia cognata Anna. Devono essersi consigliate prima di provare a parlarmene. Sono capitate per caso al mercato del mio quartiere, un sabato mattina. Anche Anna, che – si vedeva chiaramente – non distingueva la polleria dal pizzicagnolo, mi aveva incalzato. “Ma non è pericolosa questa cosa della pistola?”. “Ma perché non provi lo yoga?”. Sono stata evasiva. Ho capito di aver scampato il pericolo solo quando hanno cominciato a chiedermi dei tiratori. “Non è che a questo poligono c’è qualche bel tiratore single? O anche non single?”. Eh sì, volevano capire se era quella la ragione di questa mia nuova, inspiegabile, passione.
Eppure quella mattina là, al bar del mercato con Linda e Anna, si parlava d’altro. Quando siamo entrate la barista stava svelando qualche particolare di quelli che i giornali non avevano ancora rivelato. Era successo da qualche settimana. Due assessori sotto accusa. Un costruttore aveva ammesso di averli ospitati nella sua villa a Cortina. Di aver pagato delle escort per loro, in cambio di appalti e favori. Il Corriere ci ha messo dieci giorni a scrivere i nomi. “Vi dico che ci sono anche dei video”, stava dicendo la barista a una signora anziana seduta a un tavolino appoggiato al muro. “Un mio amico ne ha visto uno”, ha continuato rivolgendosi a noi. Dava per scontato che sapessimo di cosa stesse parlando. “Dicono che il più bello deve ancora saltar fuori. Che ce ne sono altri. Anche Cicogna Malfatti sarebbe implicato”. La signora anziana si è girata verso di noi: “A me non interessa quel che fanno in camera da letto”, ha precisato, stizzita. “A me interessa solo che siano onesti”. Ho guardato Linda e Anna. Cercato sulle loro facce. Ma niente, niente di niente. Ci ho messo non so quanto a versare lo zucchero dalla bustina, e poi a mescolarlo. “Dammi anche tre Baci”, ho detto svelta alla barista mentre le allungavo 10 euro. La strana sensazione di sentirmi tranquilla. Nel giusto. Sapendo di aver meditato la cosa sbagliata.

Da allora non ho più parlato. Recriminare sarebbe stata la scelta più ortodossa… ma ben più lenta di un colpo di pistola… Sono andata al poligono. Ieri sera ho guidato lungo quell’argine. Stanotte mi sono raccontata un mucchio di volte la mia storia. “Io non vado con le donne! Cercati una lesbica”. “A me non interessa quel che fanno in camera da letto”.

Adesso sono qui, davanti all’edicola di Piazza della Scala. Non riesco a stare ferma. Mi sembra che tutti mi guardino. Faccio finta di leggere i titoli dei giornali. Penseranno che stia aspettando qualcuno. E’ normale, qui, all’angolo con via Marino, in pieno centro, a sì e no trenta metri dal municipio. Ho la mano destra infilata nella borsa, accarezzo la Beretta. Sono le nove e venti. Tra poco più di mezz’ora c’è il consiglio comunale. E io lo so, perché sono già stata qui altre volte per vedere come funziona: tra poco, da lì dietro, spunterà Giuliano Cicogna Malfatti!


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