La collezione “Egiptian moon”, che ha disegnato per il marchio inglese BondBy, le è appena stata pagata: Agata è al telefono con Londra, i clienti le stanno facendo i complimenti per la stampa dell’abito C349 e per aver interpretato con tutti i suoi bozzetti e cartamodelli lo spirito dell’estetica egizia, proprio come le avevano chiesto nel brief.
Per quella stampa 349, Agata ha usato l’illustrazione di un serpente che appare come un’ombra sui novantuno gradoni della piramide di Kukulcan, durante l’equinozio di primavera.
Kukulcan è una piramide messicana, non egizia, ma Agata si diverte a ingannare i clienti al telefono, mentre una signora che vuole scendere dall’autobus prima di lei la spintona vicino alla fermata.
Palermitana di nascita, ventinove anni, abita nella metropoli nordica da un paio di stagioni ma ancora sente il mare vicino, mentre trasfigura in abiti e disegni ogni suono di Milano, ogni down e up delle sue giornate.
Tutto quello che crea Agata è allegro: i suoi disegni sono sospesi tra il mondo di Tim Burton, arricchito di colori accesi e l’eleganza di alcune collezioni YSL e forse, per questa giocosa energia, le sue creazioni sono “sopra” quello che cercano i marchi di moda nel 2025.
Anche se le hanno messo in produzione tre sole collezioni, non consegna mai i bozzetti se non ha un contratto firmato.
Certo, lasciar scorrere dall’immaginazione al foglio schizzi, abiti e personaggi che affollano la sua mente senza che lei lo chieda è il centro della sua esistenza, ma nella sua eccentricità naive, ha imparato a farsi rispettare.
Sono le sei di sera, l’autobus è quasi arrivato alla palestra PulseGym dove lavora come receptionist, e mentre scende manda a sua madre un vocale; i lunghi capelli neri, con la frangia verde, coprono il suo iPhone mentre racconta del pagamento immediato degli inglesi alla consegna del lavoro!
Poi madre e figlia chiacchierano, come ogni giorno si raccontano di vecchie collezioni Yves Saint Laurent, ossessione che le accomuna nel quotidiano scambio al telefono, nel flusso allegro di parole che rispetta una regola: mai parlare di uomini, o come sono solite dire, di “maschi”.
Agata passa spesso le notti con la matita sul foglio, preferisce la sua arte al rimbalzo godereccio dei corpi, anche se la gonna jeans corta, gli stivali che indossa e la maglietta aderente dei Kiss, su quel corpo disegnato da Milo Manara, destano interesse in molti maschi… (E in una passante che la segue con lo sguardo.)
Ma la legge dell’attrazione per lei è perdente davanti alla necessità della “creazione”, infatti cammina stanca verso il lavoro perché nell’ultimo mese si è immersa in un’estenuante ricerca notturna di costumi e abiti egizi per il progetto, alternando una serata di ricerca immagini a una notte di disegno e caffè, per ventidue lunghi giorni di fila.
Certo, in un universo moda dove dilagano i noiosi trend della sostenibilità, della fluidità di genere, della woke culture, del dandy femminile e infatuazioni stagionali come il colore “giallo burro”, poter disegnare una collezione lavorando su un pianeta estetico come quello egizio è stato vitale per Agata.
Arrivata al club, nota che le porte a vetri dell’ingresso sono meno pulite del solito, entra sorridente e saluta Grace, compagna di turni in reception.
Stranamente Grace non ricambia.
È immobile.
Agata pensa a uno scherzo: chiama Grace per nome, ma non arriva nessuna risposta.
Passato il badge e superati i tornelli contapersone all’ingresso intravede un paio di clienti immobili a loro volta, hanno in mano i loro smartphone e osservano i device.
La cosa la turba e mentre va verso Grace in reception, il suo iPhone si spegne.
Prova a riaccenderlo, la batteria era al 57% ma non si accende…
Si avvicina alla collega, le muove un braccio, ma non c’è niente da fare perché Grace e la sua bellezza pura sono congelate in una staticità irreale e la voce di Agata non basta a svegliarla dallo stato di trance.
Paralizzata con gli occhi aperti, Grace non sente, non si muove e fissa la vetrata davanti alla reception senza dare segno di interazione con il mondo.
Nessuna.
Se qualche gas paralizzante fosse stato spruzzato proprio adesso?
E se la guerra commerciale dei dazi attivata da Trump avesse scatenato le gesta di qualche psicopatico innamorato dei gas killer?
I pensieri volano, la sua passione per i manga giapponesi la porta all’attentato con i gas nervini della metro di Tokio nel ’95, dove morirono molte persone, paralizzate prima e soffocate poi…
Non cede al panico, in fondo le sembra di essere finita davvero in un manga, sarà la sua attitudine a vedere il lato misterioso delle situazioni senza stress. Ripassa dal tornello fermapersone, striscia nuovamente il badge, arriva alla porta a vetri per uscire dal club.
Ma il sensore non va. La porta è chiusa dall’interno e quando prova ad aprirla, non si muove di un millimetro.
Visto da fuori il suo corpo, che si schiaccia contro il vetro della parete con tutta la forza che ha, sembra l’opera di un artista contemporaneo giapponese, Tazeo Imada, ma Agata adesso ha scoperto di essere chiusa dentro, e quando i suoi stivali di pelle a punta rimbombano forte, battendo contro il vetro che non si scalfisce, avverte che qualcosa di davvero incomprensibile si sta attivando senza che lei lo voglia, proprio lì alla PulseGym…
2.
Poco dopo è nel grande spogliatoio femminile, due lacrime le rigano il viso: la tensione sale mentre si guarda riflessa nel grande specchio e di fianco a lei una cliente sui cinquanta è paralizzata con in mano un iPhone.
L’attenzione al look che ha sempre coltivato non la abbandona neanche adesso, e così il reggiseno e i leggings Under Armour della donna balzano agli occhi di Agata: nella staticità di quel corpo femminile, ben definito da ore passate ad allenarsi nel club, gli abiti sportivi del brand americano le sembrano inutili orpelli di una vita dove muoversi, muoversi, muoversi è l’unico mantra.
Ma per che cosa?
Gli occhi della donna sono fissi sull’iPhone dove gira un video in loop accompagnato da parole in una lingua incomprensibile, a basso volume.
Meglio allontanarsi dal bagno, da quello spogliatoio pieno di donne immobili e tornare in reception.
“Sicuramente non è un attacco di gas nervini, se no sarei già paralizzata o morta!”
Agata non si perde d’animo: la situazione le ricorda un episodio della stagione 5 di Black Mirror, serie che ama per la cura dei costumi e per l’atmosfera inquietante quanto basta per restare sveglia fino alla fine di ogni episodio.
In corridoio trova il ragazzo che gioca a squash ogni martedì, è fermo davanti all’ingresso di un campo: con lui ha scazzato due settimane prima, voleva entrare al club senza tessera, lei lo ha fermato con un tono non troppo cordiale e si è presa un richiamo dalla supervisor, solo per aver fatto presente al giovane che la tessera va portata sempre.
Poco più avanti riconosce Gabriel Zayne, lo stilista che viene ogni sera a nuotare. Colpito dai suoi disegni, Gabriel le ha praticamente fatto un colloquio in reception, ma non la ha presa come designer, e ora è inchiodato nella staticità marmorea del club, con i colori forti dei suoi abiti perfettamente abbinati.
“E se lo fotografassi adesso? Metti caso che finisce a breve questa follia, magari ’ste foto me le vendo! Cazzo, l’iPhone è spento.”
Riconosce la signora messicana sui sessanta, sovrappeso e sempre al telefono su WhatsApp con parenti latinoamericani.
Mentre le passa una mano davanti agli occhi per vedere se è davvero assente, la ricorda cordiale, ma adesso è imbalsamata e tiene il device vicino agli occhi; certo, le braccia della donna sono coperte da strati di grasso che deborda, e le appaiono inquietanti in quella fissità misteriosa.
Verso la fine del corridoio, superati gli armadietti elettronici dove chi frequenta il club “parcheggia” il portafoglio prima di allenarsi, inserendo 20 centesimi di euro e un codice di 6 cifre, riconosce Larry, il personal trainer, ex culturista di colore.
Il suo cuore si calma trovando quel cinquantenne dall’animo nobile, simile nella fisicità a Lee Haney, il leggendario bodybuilder degli anni ’90.
Ma anche Larry è immobile davanti al vetro vuoto della sala Vitality, e la sua figura si staglia tra le ombre di piccoli bilancieri, tappetini, pilates-ring poggiati a terra in ordine sparso.
Con i suoi modi amichevoli, Larry è stato il primo collega della palestra ad accoglierla davvero: gli piacevano i suoi disegni, le sue frasi dirette, e quando il sangue siciliano di Agata dava delle risposte senza filtri ai colleghi, è stato Larry a calmarla più di una volta, evitandole complicazioni con la sua supervisor.
Caffè dopo caffè, ha percepito che quel gigante disegnato dalla matita di un Michelangelo astrale, scolpito da anni di bodybuilding e nutrizione millimetrica, è un raggio puro di energia in quel club.
E se lì dentro sei amica di Larry, diventi amica di tutti.
Agata prova a parlargli.
Niente.
Osserva le inserzioni del tricipite vicino al gomito, il suo tronco e le spalle sono roccia immobile, mentre il crocefisso che porta al collo, sopra la maglietta blu da personal trainer, poggia addormentato tra il solco dei suoi pettorali. La collanina che sostiene il piccolo Gesù le sembra un cerchio Maori intorno a quel collo enorme.
Si accorge che Larry articola delle frasi sottovoce.
“Almeno riesci a muovere la bocca, Larry! In questo cazzo di limbo dove mi hanno messa, almeno quello…”
Nel suo americano perfetto la voce di Larry riempie il silenzio: “Your sketch, fire it! Your sketch, fire it! Your sketch, fire it!”.
Ripete senza sosta quelle parole, ed è l’unico nel club a non tenere tra le mani uno smartphone…
Agata si appende con tutto il peso dei suoi 49 chili al braccio destro, ma niente da fare, il bicipite grande come un pallone da pallavolo non si muove.
Di un millimetro.
Una parte di lei è convinta che non appena sbloccherà il braccio di Larry i suoi occhi si apriranno e questo cazzo di sogno sarà finito, ma per una strana legge del contrappasso il braccio di Larry resta immobile mentre il suo stato d’animo precipita.
Senza che lei riesca a opporsi, in quel momento il demone che ogni tanto la rapina, si impossessa del suo umore e batte cassa.
Rapidamente.
Agata cambia umore, si astrae in pensieri bui, e apre un cassetto che sta sotto il desk della reception, dove prende un taglierino.
Mentre lo osserva, la sua mente la riporta quindici anni indietro, a quell’agosto passato nella riserva naturale di Ganzirri, quando la frattura della mano destra le aveva impedito di disegnare per ben due mesi.
E per la prima volta quel demone l’aveva presa.
I tagli che si era inflitta in quei due mesi, una serie di piccoli tagli su entrambi gli avambracci, ogni tanto si riaprivano nel pensiero a distanza di anni e restavano lì, sulla sua pelle chiara e nel suo animo e portavano altri tagli, nuovi.
Anche i tagli che aveva nell’interno coscia, fatti abilmente per essere nascosti da gonne corte e shorts erano lì, nonostante sua madre avesse insistito più volte per parlare con un chirurgo plastico e avesse provato a convincerla in ogni modo di togliersi dal corpo quel problema, che ormai era completamente risolto…
Agata aveva intuito che inventare abiti e immagini era la porta su mondi che potevano non interessare a nessuno, ma erano il suo Bellerofonte verso quel male. I due psicologi con cui aveva iniziato e lasciato un percorso, non erano riusciti a gestire il suo problema “autolesionistico”, così lo avevano definito con la giusta freddezza e un termine tecnico.
Da sola aveva capito che la sua bulimia creativa era lo scudo perfetto per non mostrare al mondo il suo punto debole, che poteva accendersi contro la sua volontà, tagliandola all’improvviso.
Ma adesso, ai piedi di Larry, Agata ha la lama del taglierino vicina all’avambraccio e, complice qualche infame desiderio astrale, sta tagliando di nuovo la sua pelle. Senza spingere troppo osserva il sangue uscire, lentamente e senza schizzi, mentre si convince che morirà in poche ore, ma non per quel taglio.
Respira il dolore della ferita e il senso di controllo sul suo corpo: quelle vecchie sensazioni le risuonano famigliari, tornano a farle visita raramente, ma adesso sono assolute dentro di lei e dentro quel taglio.
Poi, spostando il taglierino intravede ai suoi piedi la matita e il quaderno. Bastano pochissimi secondi, riesce a chiudere gli occhi e a riaprirli, sente il silenzio del club e la sua mente si ritrova nella scena di Sharp Objects: la protagonista Amy Adams è allo specchio e si sta ferendo il corpo in una stanza d’albergo, sporca e poco illuminata.
Agata vede Amy Adams, è solo nella sua mente ma qualcosa accade, e lascia cadere dalla mano il taglierino.
Respira e apre il suo quaderno, mentre gira la prima pagina ritrova lo schizzo di una gonna che ha realizzato per la collezione egizia, e cerca di non credere al pensiero “Tagliarsi è un piacere”, forte dentro di lei quella frase insiste nella sua mente.
Poi gira la seconda pagina, trova 4 schizzi per un tailleur che le hanno dato molta soddisfazione, e rivedendo i disegni contrasta la voce che le ripete: “Sono una fallita, illusa di essere la nuova Elsa Schiaparelli”. Non le dà ascolto.
Insiste, va avanti e mentre arriva nel suo quaderno alla terza pagina, dove trova il bozzetto della mantella rossa coperta di stelle ispirata a Yves che ha disegnato tra le 2 e le 3 di notte di un freddo sabato, e le si accende un pensiero: “Yves in quella collezione del 1999 aveva più forza di tutto il popolo egizio” e quel vivace pensiero da fan congela la voce che nella sua mente ripete: “Tagliati, fallo ora!”.
Adesso che quelle voci hanno meno forza, prende la matita e si mette all’opera, abbozza uno schizzo di Larry: disegna rapida e in qualche minuto il corpo e il volto di Larry sono già sul foglio! Certo, il vero Larry è sempre immobile, ma Agata ha schizzato un volto che ricorda i cardinali di Francis Bacon, e le voci si sono spente, lasciando davvero sgombra la sua mente.
Nel silenzio continuo del club, qualche forza ancestrale ha mosso le sue dita, messo benzina nel motore del suo cervello e la ha calmata.
Ora riesce a non dare importanza alla goccia di sangue che cade dal suo braccio sul foglio quando il disegno è finito, mentre i pensieri si sono staccati dal nero del demone. Ha vinto lei, si alza e spacca sotto gli stivali quel cazzo di taglierino.
Lo schiaccia con forza, prima con il tacco di uno stivale e poi con l’altro, il rumore della plastica che si rompe le piace, mentre si accorge delle vetrine dove ci sono i trofei di squash vinti da molti soci del PulseGym.
Si avvicina alle coppe sugli scaffali, si siede e nessun rumore è l’unico rumore anche in quel punto della palestra!
Ma adesso si vede davvero, riflessa in quei trofei, le ricordano il passato della palestra, uno squash club prima di diventare un centro fitness, crossfit, padel e altre diavolerie sportive che la moda ha portato nella Milano iperattiva.
Perfettamente ordinate le appaiono lucenti, mostrano vittorie, certo, ma lei sa che celano qualche demone dietro ogni vittoria.
E sono come lei.
3,
La voglia di uscire dal club si riattiva: sale nella sala corsi Les Mills Body Pump, passando da una rampa di scale sopra i vecchi campi da squash, abitata da quattro giocatori paralizzati con lo smartphone in mano; i campi le ricordano un’opera di Vanessa Beecroft, artista che detesta e invidia.
“Se finirà questo incubo potrò fare una collezione di t-shirt con le mie immagini ispirate a questo cazzo di stallo temporale! E venderle meglio della Beecroft!”
Completamente vuota, la sala è uno stanzone asettico, e Agata prende un bilanciere da body pump e ci carica i dischi da 5kg.
Le poche gocce di sangue che cadono sono ben visibili sul giallo che ricopre la plastica dei dischi, e nemmeno le dispiacciono cromaticamente.
Quando arriva a 20kg di carico sente il peso: è giusto per il suo fisico e fuori dalla vetrata della sala, la possibilità di uscire viva è vicina.
Prende la rincorsa, il bilanciere le sta nelle mani come la lancia a un guerriero ferito.
Niente.
Torna indietro, più lontano, e si catapulta di nuovo sulla vetrata, ma il vetro non si scalfisce.
Il braccio destro nell’urto le fa male, il rimbalzo del bilanciere è forte e lo accusa, ma solo il terzo assalto è guidato più dalla disperazione che dalla forza. Ma il vetro resta senza un graffio, il bilanciere rimbomba nella sala vuota e cade sul pavimento.
Agata ora è attraversata da un pensiero velato di autoironia alla Fleabag: “Se continua così, muoio oggi e neppure dissanguata, cazzo! E se da qui non esco, non vedo le ultime puntate di Ratched su Netflix, non posso raccontare a mamma che tra 6 mesi la collezione nuova ispirata alla mitologia egizia sarà pronta e che ci sarà una sfilata virtuale! E se mi schianta qua dentro un’altra crisi autolesionistica, mi troveranno tagliuzzata!”.
Ma il suo umore risale e insieme la sensazione di trovarsi in un manga la riaccompagna verso la luce …
Mentre riscende la rampa di scale sopra i campi si accorge che tutti i device non emettono più suoni e che i video sugli schermi sono spariti.
I tre clienti che ben conosce sono sempre paralizzati quando improvvisamente si spengono tutte le luci del club e gli schermi dei telefonini si riaccendono.
Bam.
Nella penombra muta emergono i volti delle persone, ma questo stato luminoso dura pochi secondi e non ferma Agata, che continua a camminare quando la luce ritorna e tutti i device emettono all’unisono la frase che ripeteva Larry: “Your sketch, fire it!!!”.
Ma Agata, nonostante l’unisono di tutti gli smartphone sia davvero intenso e le penetri nelle orecchie, non ci dà troppo peso, ormai è arrivata al bar del club, è quasi vuoto e senza quel suono inquietante le appare tranquillo.
Si asciuga il sangue dal braccio con un tovagliolo, mentre un altro tovagliolo diventa una benda, fissata con il rotolo di scotch poggiato vicino alla cassa.
Poi prende una focaccia con la bresaola, estrae dalla gonna di jeans il portafoglio per pagarla, si avvicina alla cassa, dove il barista cingalese con il cappellino di Chicago Bulls è bloccato mentre versa delle proteine in un frullatore.
Ma poi ci ripensa… e ruba con un certo piacere la focaccia.
Per le ore dedicate in reception a calmare clienti isterici che la trattano male senza motivo, per le ore sottratte ai suoi disegni e per la gentilezza che ha messo nei sorrisi a ogni persona che le abbia chiesto informazioni sugli orari dei corsi del club anche se erano sulla app.
“Un piccolo omaggio è il minimo che mi devono ’sti milanesi fanatici di ’sto cazzo di fitness!”
La notte è vicina, il colore del cielo dietro le vetrate vira verso un blu intenso e più serena lascia il bar, davanti alla reception saluta di nuovo Grace e arriva da Larry che stranamente ha cambiato posizione e non parla più in loop.
Le viene da ridere: “Pure tu, Larry, ti dovevi bloccare, come un bastoncino Findus nel congelatore!”.
Gli rivolge la parola, nessuna risposta.
Gli urla in un orecchio, zero.
Così si siede.
“L’avresti mai detto, Larry, che ti ho sempre mostrato di essere allegra, ispirata, creativa, ma che in realtà mi taglio come una deficiente? Questa cosa va avanti da anni e ogni volta che sono sicura di esserne uscita, ne sono certa, poi ci ricasco sempre. Ma oggi qualcosa è cambiato, vedi, solo un piccolo taglio sulle braccia! ”
Forse una confessione a un caro amico che non può ascoltare è l’arma perfetta per superare quel momento: così le basta quella frase, perché sarà tutto irreale, folle, ma quell’uomo di colore di 194cm di soli muscoli, che sembra un bodyguard anni ’80 la calma davvero, e Agata sente che da qualche parte nel suo cuore Larry ha accolto la sua confessione. Poi mentre si adagia ai suoi piedi apre un fazzoletto, prende la focaccia e consuma la sua cena nel silenzio del club.
4.
L’alba arriva sugli occhi chiusi di Agata, ma non la sveglia: le Jordan di Larry, numero 46, sono un comodo cuscino e la felpa che gli ha scippato si è rivelata un’ottima coperta per la notte.
Il corpo raccolto si muove lento per rimettersi in moto mentre il sole che filtra dalla vetrata le fa compagnia. Aperti gli occhi, la prima cosa che vede è un biglietto, esce dalla tasca di Larry.
Nel silenzio tagliente del club, si rimette in piedi, estrae il foglio dalla tasca…
“Burn that egyptian sketch, you know the one.”
Agata non capisce come sia possibile che nelle tasche dell’amico si sia materializzato un biglietto e un testo!!!
Gli attentatori dei gas nervini sono nel club e mettono nelle tasche di ogni persona dei biglietti misteriosi?
Una cosa però colpisce molto la sua attenzione: di fianco alla scritta è disegnata la sagoma di Iside!
“Larry! Ci mancavano gli Egizi in questo casino, forse erano meglio i gas nervini!”
Ma su quel foglio con un tratto a matita sicuro, la dea Iside è ben riconoscibile: Agata vede il vestito lungo, con lo scettro Uas in mano, e sul capo è anche disegnato il copricapo, simbolo del potere di Iside sul regno.
Immediatamente le viene alla mente la serie di bozzetti che ha fatto per due vestiti della collezione ispirati proprio a Iside, somma dea della magia e della maternità.
“Vuoi vedere che ho fatto incazzare Iside? La mia divinità egizia preferita! Bella idea la collezione egizia, guarda in che casino stai mettendo quasi un quartiere di Milano!”
Prende il suo quaderno e strappa le pagine dove è rappresentata Iside e si ricorda che Grace fuma sempre nelle pause in reception appena fuori in cortile, si avvicina all’amica e nella tasca anteriore della gonna cerca l’accendino, ma la tasca di Grace è vuota.
Prova nella sinistra, e il seno di Grace le appare ancora più ingombrante nell’immobilità estrema mentre cerca quel dannato accendino, ma grazie al cielo lo trova.
“Adesso io brucio questo cazzo di bozzetto, Larry, peggio di così qua dentro non potrebbe andare. Lo faccio ora! Ma tu fai succedere qualcosa. E tu, Iside, non pensare che siccome vaghi nell’Ade da milioni di anni puoi chiudermi qua all’infinito. Tirami fuori in fretta, ti ho pure dedicato due abiti della collezione!”
Mentre si rivolge ad alta voce alla dea, Agata brucia i disegni originali e con quei fogli vanno in fumo i primi schizzi, le ore di lavoro, i ricordi delle notti per la consegna, i pensieri delle scansioni e dei pdf per rendere il materiale interessante ai clienti inglesi e la noiosa grafica per presentare la collezione!
E il disegno di Iside, bruciato dal fuoco, si tramuta in cenere cadendo sulle Jordan di Larry.
Ma Larry non accenna segni di movimento…
Lo sguardo di Agata cade sulle Jordan, e quando la cenere dalla tomaia bianca finisce a terra, Agata sobbalza indietro!
Un piede di Larry si è mosso!
Larry: “Distruggi gli smartphone che trovi qui dentro, all right?”.
Larry parla! Poi si blocca di nuovo, muto.
Però quell’all right alla fine della frase, quelle otto lettere che Larry usa spesso nel suo intercalare mentre fa da personal ai suoi clienti sono un segno: lentamente forse sta tornando in lui…
Agata conosce gli ambienti della palestra, nella parte storica ci sono 4 campi da squash, spazi comuni, due spogliatoi maschili e femminili, un’enorme sala attrezzi, una piscina da 25 metri e l’ambiente delle terme. Poi c’è la parte nuova.
Costruita sei anni fa con il modernissimo parcheggio sotterraneo, include la sala Les Mills in cima alla scala e l’ambiente dove lavorano le persone che fanno le pulizie e i manutentori, veri guardiani del club, che con le loro divise gialle riescono a non farsi sentire, mentre rendono ogni punto del club pulito.
La stanza delle pulizie le è famigliare: il primo mese, appena arrivata andava spesso a fumare di nascosto proprio in quella sala, con Gisele, la ragazza che fa il turno delle pulizie la mattina, fino a che Gisele non ha iniziato a scriverle su IG un po’ troppo spesso alcuni pensieri gentili, l’ha invitata da lei un paio di volte a cena, e poi le ha mandato alcune sue foto oscene…
Si dirige verso quella stanza mentre intorno a lei le persone sono sempre immobili: riconosce Edo, il personal trainer bergamasco sui 25 che è immobilizzato con un piede sollevato tra un gradino e l’altro. E fissa il suo iPhone. Qualche gradino più in giù trova il ragazzo lucano che assomiglia a Bruno Mars, più palestrato della star del pop, ha un completo di calzoncini e canottiera in felpa vintage, ma i suoi baffetti anni ’80 stridono con l’iPhone 16 Pro che tiene fisso vicino al volto.
Va oltre e trova la sala delle pulizie aperta, ricorda perfettamente come sono disposti i prodotti sugli scaffali: le scope, gli aspirapolvere, i rotoli di sacchetti di plastica, i dispenser degli sgrassatori.
Allenata da anni di disegni, ricerche immagini e file photoshop, la sua memoria visiva non la tradisce e trova subito le taniche bianche che cerca: in giallo emerge l’etichetta con la X di tossicità elevata.
Prende due taniche di quell’acido, una bottiglia di alcol e un rotolo di carta.
Scende dalle scale e vede un cestino dell’immondizia, oggetto in disuso nel club, per un’ossessione del nuovo direttore che ha fatto sparire dalla palestra i boccioni trasparenti dell’acqua, a favore di asettici dosatori che riempiono eco borracce.
Prende il cestino e passando davanti allo spogliatoio trova immobile Annarita, la cliente stronza sulla sessantina, vistosamente elegante e sempre scontrosa.
La settimana prima si è presentata in reception con un certificato medico finto, lasciando il suo vecchio BMW X5 a ostruire l’acceso, mentre con il suo accento sgraziato ha creato un problema ad Agata in reception!
Voleva entrare ad allenarsi a tutti i costi, urlando che avrebbe chiamato subito il direttore del club, suo vecchio amico: lo sgarbo che stava subendo avrebbe avuto delle conseguenze…
Ora Agata, trovandosela davanti immobile, le scrive sulla fronte “BITCH”, la osserva per qualche secondo godendosi il momento, e le lascia il pennarello nel reggiseno…
Poi arriva alla porta che conduce al passaggio pedonale del garage: le scale corrono sotto i suoi passi e nella foga il bidone dell’immondizia rotola giù dalle scale arrivando prima di lei in garage.
La presenza di Claudio, un simpatico assicuratore sui sessanta ossessionato dalle lezioni di spinning, la rassicura anche se è l’ennesima statua con in mano un device…
Agata si mette nell’angolo più remoto del garage, lontana dalla piccola Citroen elettrica e vicina a un Mercedes GLE e appoggia il cestino, quando si vede riflessa nella carrozzeria e nei vetri dell’auto mentre maneggia il tappo della prima tanica. Aprirlo è faticoso per le sue mani piccole, ma l’acido muriatico esce e non la spaventa: una sensazione di vitalità si muove in lei, con il rumore dell’acido che cola nel cestino, è un sussulto ritmico nel silenzio del posteggio semivuoto.
5.
Qualche minuto dopo cerca di strappare dalle mani del giovane personal trainer bergamasco fermo sulle scale il suo iPhone mentre ai suoi piedi, radunati in un sacchetto di plastica bianca, ci sono già 24 smartphone, le sue 24 piccole fatiche.
Li ha rimossi con forza dalle mani dei clienti del club, sono ammassati in quel sacchetto e hanno un peso che Agata avverte molto bene.
Ma il ragazzo non molla il telefono, ha contratti i muscoli e le mani sono una tenaglia chiusa.
Tira un pugno dal basso verso l’alto e quel Samsung datato vola in aria e cade a terra. Il vetro si scheggia, e mentre Agata lo infila con gli altri device nel sacchetto vede Larry, sempre immobile.
“E se Iside non centrasse un cazzo? Se quello stronzo del secondo piano dove abbiamo litigato più volte perché non raccoglie mai le merde del suo pitbull mi avesse drogata? Ieri sera sul pianerottolo era con uno davvero scassato, quelli spacciano qualunque cosa, potrebbe avermi messo qualcosa nella bottiglietta dell’acqua… magari un allucinogeno tagliato male…”
Ma il dubbio dura poco: riscende le scale del garage e arriva davanti al cesto dell’immondizia, ci versa dentro tutti gli smartphone.
Visti dall’alto sul fondo del cesto le ricordano la foto di Lachapelle che ritrae un uomo con le ali da angelo sdraiato su un pavimento di computer rotti, Agata aveva usato quella foto come reference per una ricerca e la ricorda molto bene.
“Non è il momento di pensare a Lachapelle, il senso pratico, cazzo, il senso pratico come dice mamma, stai su quello, Agata!”
Prende il rotolo di carta dei bagni, ne srotola qualche metro, ci avvolge dentro uno smartphone e lo infila nel bidone.
Attraversa il parcheggio seguita dalla scia bianca della carta che lascia dietro di sé e arriva fino alla porta, risale le scale mentre crea una lunghissima miccia con il rotolo. Non è un labirinto, non c’è nessun minotauro ma la ritualità dei suoi gesti la rende più sicura, come se Iside stessa la aiutasse.
Il rullo di carta bianca corre veloce dietro di lei e quando arriva ai piedi di Larry le ricorda un’opera di Christo; Larry adesso è connesso a quei cazzo di smartphone immersi nell’acido muriatico e quel cordone cartaceo che attraversa la palestra è meglio di un’opera site-specific!
Prende la bottiglia che aveva lasciato lì, vicina ai piedi di Larry, la apre e con una manualità eccellente imbeve tutta la carta di alcol.
“Iside, se salto in aria ci vediamo nell’Ade e non parliamo di abbigliamento egizio, gioielli e cose simili!”
Sta per innescare l’esplosione, ma riflette: la miccia è troppo lunga e potrebbe incendiare la palestra… Così strappa la carta a due metri dal bidone e lascia solo quei due metri di carta per avere il tempo della fuga.
Prende l’accendino dalla tasca, la scintilla innesca il fuoco e il serbatoio esplode!
È già lontana quando il rumore arriva dal garage, meno forte di quanto avesse immaginato, perché in fondo ha fatto esplodere dei telefonini, mica una bomba al plastico…
6.
Agata e Larry ora sono in strada davanti al club, mentre all’interno le persone sono ancora bloccate e dal garage esce moltissimo fumo.
Larry è finalmente fuori dalla trance, ma ancora Agata diffida di lui, lo vede diverso, lento e poco affettuoso mentre il suo sguardo le appare ancora poco presente.
Larry: “Si sveglieranno presto”.
Agata: “Perché non restiamo mentre si svegliano? Abbiamo fatto trenta!”.
Larry: “Non possiamo essere qui quando si sveglieranno”.
Agata: “Perché?”.
Agata fa fatica a rivedere il suo amico così distaccato mentre pronuncia quelle parole.
Larry: “Non lo so, ma è così. Non possiamo parlare con nessuno di quello che è successo”.
Agata: “Se no cosa capita?”.
Intanto alle loro spalle passa una ragazza sui trent’anni, indossa un soprabito sartoriale rosa di taglio maschile, mocassini nero lucidi e un occhiale Gucci vistoso su un caschetto di capelli alla Amelie.
Ragazza: “What the hell happens here?”
La ragazza nota il fumo, che aumenta vistosamente e si ferma.
Larry: “Non rispondere, Iside non vuole che parliamo con nessuno”.
La ragazza li ignora e sorpresa dal fumo estrae lo smartphone, inizia a filmare le fiamme nel garage, come se filmare fosse un gesto di partecipazione a quell’accadimento inusuale.
Larry se ne accorge immediatamente.
Larry: “Quella ragazza ha 334.000 follower e sta per entrare nella palestra”.
Agata: “E tu come lo sai?”.
Larry: “Lo ho visto, mentre ero paralizzato”.
Agata: “Fantastico! Adesso sei anche un veggente, Signore, aiutami ti prego…”.
Larry non reagisce alle risposte di Agata, ma le svela alcuni fatti che ha visto
Larry: “La ragazza filmerà su IG tutte le persone ancora paralizzate, in diretta mentre si rianimano”.
Agata: “Pensi che a qualcuno sui social interessi vedere della gente ferma? Mica capiranno cosa succede, penseranno a un evento activation di pubblicitari sottopagati!”.
Intanto la ragazza apre la porta della palestra e inizia a filmare con il suo smartphone Grace, che è ancora bloccata in reception: la riprende da diversi punti di vista.
“Larry, le persone adesso si sveglieranno una a una e ancora in trance andranno tutte insieme nel garage, davanti a quel bidone e all’auto in fiamme.”
Solo ora Grace, davanti al telefonino della ragazza, inizia a muoversi, prima un braccio, poi l’altro fino a che si guarda intorno, in trance e si muove verso il garage.
Agata: “E come fanno a sapere che c’è un incendio in garage?”.
Larry: “Lo hanno visto in trance”.
Agata: “Pure loro? Tutti Tiresia sono!”.
Larry: “Si sveglieranno davvero solo giù, nel garage davanti all’auto che ha preso fuoco. Ringrazieranno Iside e mentre la ragazza filma, quel reel farà il giro del web”.
La giovane influencer ora sta scendendo nel garage, seguendo Grace, che in trance si dirige verso il bidone incendiato con un altro paio di clienti.
Agata: “Ah… con le borse a -7 per i dazi, gli attacchi di Putin su una chiesa a Sumy con missili balistici, la gente starà a vedere questo cazzo di reel?”.
Larry: “Non hai capito, l’avvertimento sarà dato, in tutto il mondo”.
Agata è allibita dalle frasi di Larry, e osserva il fumo uscire dal garage dove intravede i clienti in trance e la giovane influencer.
Agata: “Che avvertimento? Dimmi che ti sei ripreso, ti prego!”.
Larry: “Iside ha scelto 5 persone nel mondo, tu sei una delle cinque”.
Agata è sorpresa, non ha ancora chiaro cosa vuole davvero dirgli l’uomo.
Agata: “Io? E le altre persone chi cazzo sono?”.
Larry: “Non ho idea chi siano, ma Iside sta dando 5 avvertimenti, e proprio ora, ci sono 5 palestre nel mondo in fiamme, e in ogni palestra ci sono persone in trance pronte a svegliarsi davanti a dei fuochi generati da un’esplosione di telefonini”.
Agata perde la calma.
Agata: “Paralizzare delle persone in un club del centro di Milano è un avvertimento?”.
Larry: “Sapeva che avresti superato la prova”.
Agata: “Che prova? E cosa centra con paralizzare della gente in 5 cazzo di club nel mondo!”.
Agata incalza Larry che ancora non si scompone.
Larry: “Sai chi era Iside?”.
Agata: “Non voglio credere che in quester follia c’entri una divinità egizia! E cosa fanno tutti i clienti lì sotto intorno all’incendio? Chiamiamo i vigili del fuoco!”.
Larry: “Iside era la dea della maternità e della magia. La leggenda racconta che il fratello di Iside, Osiride, divenne anche suo marito ma poi venne ucciso e fatto in 14 pezzi dai cinghiali. All right?”.
Agata: “Santo Dio!”.
Agata prova a calmarsi ascoltando l’amico, che sembra disinteressato a quanto accade nel garage e alle fiamme.
Larry: “La dea ricompose il corpo con l’aiuto di Anubi, il dio sciacallo e fu Iside stessa a creare così la prima mummia, immobile e veggente. Il suo amato fratello restò in quella condizione fino a che gli dèi autorizzarono Iside a risvegliarlo. Con il potere di mummificare ha paralizzato per qualche ora molte persone, anche qui.”
Agata: “Non sto capendo… Ha mummificato, cioè bloccato delle persone? Ma cos c’entra, siamo nel 2025, a Milano!”.
Larry: “Sì, le aveva bloccate, proprio come adesso. Ma ha scelto te, e ti ha messo alla prova”.
Agata: “Io? Io non ho rimesso in vita nessuno! Madre benedetta, che casino!”.
Larry: “Ci hai risvegliato, all right? Hai superato la prova di incendiare gli smartphone, hai esaudito la sua richiesta!”.
Agata: “Non c’è un cazzo di all right, Larry”.
Larry lentamente sta tornando in sé e cerca di spiegare ad Agata che cosa è successo davvero in quel club.
Larry: “Stanotte il mondo parlerà di quello che è accaduto in 5 nazioni, le persone capiranno il sacrificio dei molti device incendiati e degli uomini-mummia, che si sono risvegliati grazie a te”.
Agata: “Come no… Semplice e chiaro, Larry!”.
Larry: “Le immagini di tutte le persone in trance davanti al fuoco faranno il giro del mondo, tra poco si sveglieranno in diretta sui social, e il loro risveglio dalla trance sarà on air in cinque nazioni del mondo, sincronicamente. Perché sta succedendo adesso a Shangai, Milano, Toronto, Capetown e vicino a Mosca. Ci sono cinque incendi, in cinque garage di palestre, mentre delle persone in trance si stanno svegliando. Ora”.
Agata finalmente capisce un po’ di più quello che succede.
Agata: “Perché gli smartphone?”.
Larry: “Iside crede che i device siano i portatori delle disgrazie create dalla iperdigitalizzazione, crede che stiano distruggendo il mondo. All right?”.
Agata: “Non tanto”.
Larry: “Poi ci saranno altri segnali prima dell’equinozio, per avvertire gli uomini che possono salvarsi”.
Agata: “Cosa devo fare?”.
Larry: “Hai già fatto”.
Larry: “Perché io?”.
Larry non è ancora l’amico gioviale che Agata conosce, l’esperienza della trance lo ha cambiato, a tratti parla con quel tono profetico, ma adesso le appare un po’ meno strano ascoltare dalla sua bocca quelle parole piene di mistero.
Larry: “Guarda le tue braccia”.
Agata: “Cosa centrano le mie braccia?”.
Larry: “Lo sai”.
Agata: “No che non lo so”.
Agata è a disagio mentre Larry le alza un avambraccio per mostrarle i vecchi tagli ormai cicatrizzati, sono sempre lì vicini alla garza di fortuna fatta con il fazzoletto del bar…
Larry: “Quei tagli potevano essere ovunque, Agata”.
Agata: “Lo so”.
Larry: “Potevano ucciderti e stanotte hai dato prova di resistere e non ti sei tagliata”.
Agata: “Come fai a saperlo, se eri in trance!”.
Larry: “Ti ho vista”.
Agata: “Fantastico!”.
Agata è scossa, vorrebbe l’amico di sempre e che l’esperienza vissuta in quella notte dentro la palestra fosse davvero terminata.
Larry: “Iside ti ha scelto per la forza madre che genera e crea. È la tua stessa forza, Agata, quando crei i tuoi disegni”.
Agata: “Ma quanto mai ho accettato di lavorare a un progetto sugli Egizi! Iside poteva dirmi che le piaceva come lavoro, che ho stile, poteva spedirmi al Cairo a lavorare per qualche brand egiziano emergente e invece no! Mi ha voluto in questo circo di follia!”.
Larry continua a non scomporsi ma lascia finalmente emergere l’affetto che lo lega ad Agata, ora le tiene le mani.
Larry: “Forse sei come lei, all right?”.
Agata: “Io? Non sarebbe male inchiodare il tempo e mummificare le persone, ma non so farlo!”.
Larry la abbraccia, mentre le prime persone ancora in trance escono dal club e scendono verso il garage in fiamme, seguite dalla ragazza che le filma.
Agata: “Grazie”.
Larry: “Di cosa?”.
Agata: “Se non c’eri tu la dentro, morivo”.
Larry la abbraccia.
Larry: “All right”.
Stretti nel loro abbraccio Larry e Agata non fanno caso agli altri clienti in trance, che dal club si dirigono verso il garage: alcuni sono vestiti in calzoncini da training e t-shirt, altri sono in accappatoio, scalzi o in mutande direttamente dagli spogliatoi.
Di fronte a quel bidone di smartphone incendiati ha preso fuoco un auto, ma la giovane influencer non ha paura di filmare per IG, mentre si aggira con il suo iPhone in quel gruppo di “zombie”: ignara di quello che sta davvero accadendo, non sa che quando il fuoco sarà spento, le persone saranno coscienti e i video saranno sui social, solo allora Iside avrà terminato il suo avvertimento all’umanità.
Alle spalle di questo rituale, distratta e frettolosa, Milano non ha mai smesso di muoversi e lavorare: ora tiene Agata e Larry vicini e li protegge mentre si allontanano a piedi dal club.
Il fumo esce dal garage, è una piccola nuvola nera visibile dai palazzi antichi del vicinato, Agata la osserva. Mentre cammina sente di aver fatto qualcosa di cruciale, senza averlo scelto, e adesso la stanchezza cade su di lei, mentre si appoggia a Larry.
Intanto lo stesso fumo nasconde la giovane influencer inglese, che già sta commentando i primi risvegli di quelle anime, in diretta su Instagram, per i suoi 334. 000 followe