Era tutto in vendita, da sempre, anche in primavera. Il gruppo suonava su un praticabile composto di balle di fieno accorpate, su cui il piccolo Jimmy obbedendo al vecchio aveva disposto le lunghe assi di legno altrimenti usate per fare i ponteggi. Una faticaccia. Ma una volta vendute per il loro scopo avrebbero reso già parecchio.
Ai musicisti — certi buoni a nulla che avevano trovato maniera di non fare fatica nella vita — veniva infatti subito detto: mi costate la luce elettrica, mannaggia a voi, il palco, lo spazio che togliete ai tavoli dei clienti, le vostre brutte facce e la fatica di piccolo Jimmy. Ma vi faccio suonare perché alla gente piace. Anche a piccolo Jimmy in realtà la cosa piaceva, ma il vecchio sapeva il fatto suo. Venne presto la sera e la musica durò ancora un bel po’.
Lui aveva ancora la stessa camicia. Ogni tanto girava la testa, beveva dal boccale e tornava a posare i gomiti al bancone. Le cose avvengono in modo preciso anche in mezzo alla confusione. Ora avrebbe voluto mangiare con lei una bella bistecca. Era bastato avere cantato insieme in quel locale, per un istante appena, muoversi a tempo durante una canzone. Era capitato allora che si guardassero: per un istante soltanto. Funziona così. Questo fa andare avanti il mondo. E non stiamo parlando di quelli che si aspettano nei bagni come ladri. Il vecchio non sopporta certa gente.
Così ora avrebbe voluto mangiare con lei una bella bistecca. Certamente un’altra birra. E al punto di ristoro in fondo al paese — quattro case addossate alla strada dopo il cartello col numero delle miglia e l’insegna verde chiaro e rosso spento, da dove si sente ancora la musica venire —troverai ogni santo giorno le migliori bistecche, e birra finché ne vuoi. Dopodiché lui avrebbe anche imparato il suo nome, e si sarebbe fatto piacere ogni genere di melassa. Avevano ricordi già pronti per attraversare qualsiasi maledetta incertezza. Poco importa che fosse roba già usata a lungo da altri. Del resto, cos’è la vita senza concime, e cos’è il concime se non merda? Bisogna fare le cose come si deve. Il vecchio non sopportava certa gente che non facesse le cose come si deve.
Quando gli disse il proprio nome non sospettò nulla. E questo fece di lei la sua principessa. “Non me la cavo un granché con le parole”, arrivò a dire l’uomo, maneggiando il piccolo laccio di cuoio che teneva insieme le chiavi. Lei gli avrebbe cucinato i pasti, lavato la biancheria e rassettato la casa per tutti gli anni che sarebbero occorsi, e intanto avrebbe di sicuro messo alla luce due o tre marmocchi.
La femmina l’avrebbe chiamata come una principessa “tu conosci il nome di una principessa?” gli chiese. L’uomo l’aveva avvicinata a sé mettendole le mani da mandriano tra la vita e il bacino, aperte e sicure. Conosceva la franchezza, come la fatica e il bisogno. “Il nome di una principessa…” ripeté soprappensiero. “Sì, lo conosco — io — il nome di una principessa”. La sorella di piccolo Jimmy ne mise al mondo quattro prima di sentire la voce della sua principessa. Questo avvenne dieci anni dopo. Dieci anni dopo, sono un tempo strano. Sembrano tanti a guardarsi indietro. Ma dopo dieci anni nessuno ti guarderà come si guarda una coppia di sposini in luna di miele.
A guardare avanti, invece, ti sentirai ancora al primo giorno di lavoro. Sai che gusto: dieci anni della stessa minestra. Non più quella prima bistecca. Certo, nel frattempo il vecchio era andato all’altro mondo, e se capitava un gruppo di musicisti — certi buoni a nulla che avevano trovato maniera di non fare fatica nella vita — piccolo Jimmy ripeteva loro le stesse regole di ingaggio; e arrivando la sera, la musica sarebbe durata ancora un bel po’. Lui aveva ancora la stessa camicia.
Nessuno sembrava essersi accorto che nel frattempo il sapore della birra era cambiato. Gli uomini avrebbero comunque pagato bevuto cantato e pisciato. E al momento di essere vendute quelle tavole avrebbero già reso un piccolo margine. Il vecchio ne era sempre stato certo. Anche se questa storia non venne mai raccontata da nessuno. Tutto era in vendita. E da sempre ognuno adoperava ricordi già usati. Ogni tanto un gruppo di musicisti —certi buoni a nulla che avevano trovato maniera di non fare fatica nella vita — suonava. Le tavole allora venivano gettate sopra le balle di fieno e capitava che un uomo imparasse il nome di una fanciulla che sognava una principessa. Per alcuni tuttora si tratta di avere fame di una bella bistecca.
La storia non sempre accade, nonostante la vita. La gente continua a usare i ricordi degli altri e i fiori non sanno niente del concime. L’unica cosa certa è che i musicisti non hanno voglia di lavorare. Del resto, da sempre, tutto era in vendita, anche in primavera, in fondo al paese, quattro case addossate alla strada dopo il cartello col numero delle miglia e l’insegna verde chiaro e rosso spento. Da dove ancora, a primavera, arriva la musica, fin qui.