"Troia perfetta" di Kamna Rama


image

 

Così gli piaceva chiamarla, sussurrando, durante i loro bizzarri incontri: sei la mia troia perfetta.
Quelle due parole, che molte donne avrebbero definito un insulto, a lei davano un irresistibile brivido di piacere, come fossero un marchio di vittoria.
Non erano affatto innamorati.
Lei da anni non cercava più l’amore: di quello ne aveva avuto, e tanto.
Amore, figli, gioia. Nonostante i pochi soldi, nonostante i lavori traballanti del marito, era stata felice.
Poi il tempo, il ripetersi dei giorni sempre uguali, dei problemi sempre uguali, avevano sfiancato e scolorito tutto. Il letto del loro anonimo appartamento era diventato solo un covo per dormire un sonno avvelenato dagli ansiolitici.
Lei adesso voleva solo provare con un altro esperienze nuove, nude, immediate. Provare, provare, senza metterci sentimenti in mezzo.
E del resto l’altro uomo aveva una moglie, e anche un’amante.
Due donne belle e di classe, che se lo contendevano dentro e fuori dal letto.
Lui le amava, loro sì, le faceva sentire regine, coprendole di doni e attenzioni: l’uomo ideale, colto, in carriera, affascinante, raffinato, dolce.
Tutto quello che non era, non sarebbe mai stato per lei. Ne era consapevole, ma senza amarezza:
felice di essere la donna che non contava, la troia.
Perché solo con chi non conta niente per noi, possiamo spogliarci davvero, mostrare la nostra essenza senza maschere, e lei questo voleva.
Avevano iniziato senza troppi preamboli: solita conoscenza su un social network, qualche schermaglia di rito, i soliti scambi di fantasie che li avevano presto portati sui sedili di pelle della potente macchina di lui.
Una scopata impetuosa, lui le aveva tirato i capelli e morso il collo, e le aveva sbattuto in faccia per la prima volta quelle due sillabe taglienti. Troia. Era venuto così, urlando quella parola.
Che magari non era rivolta a lei, ma a quelle che aveva scopato fino ad allora, anche se alle altre non l’avrebbe mai detta davvero. Non certo alla moglie o all’amante del momento.
Si incontrarono tante altre volte, su quella strada fuori mano che affondava tra distese di erbacce.
Lui reduce dal suo studio, con la camicia bianca ancora liscia di stiratura e il nodo della cravatta appena allentato.
Lei con l’abito corto che quasi mostrava il bordo delle calze a rete, i capelli sciolti e il trucco pesante.
Stonavano così vicini, così come stonavano accanto alla ventiquattr’ore di pelle pregiata, le variegate confezioni dei profilattici dagli improbabili sapori di frutta.
All’inizio era solo per scopare, loro due.
Poi per scrutare da dietro i vetri, che arrivasse qualcuno a movimentare la serata.
Un’altra coppia che parcheggiasse vicino, per spiarsi a vicenda.
Un ragazzo che amava guardare, segandosi.
Lei non si stupì, quando lui le annunciò che avrebbe portato un suo amico, per scopare in tre.
Non si stupì, ne fu inebriata, presa da quel crescendo di emozioni sempre più forti.
In tre, poi in quattro, in cinque.
Altri uomini.
Altre donne, a cui lei leccava la fica e succhiava i seni per soddisfare la più trita fantasia maschile. Poi altre coppie, travestiti, trans.
In macchina o in uno dei numerosi appartamenti vuoti di lui, o nel suo studio la sera tardi.
La atterrava contro la scrivania e la prendeva da dietro, facendo tentennare la preziosa lampada da tavolo, le cornici con le foto di famiglia. Senza imbarazzo, lei era solo la troia.
Poi nei club prive, nelle salette semibuie in cui coppie annoiate cercavano di ridare un brivido al loro rapporto, mentre maschi solitari guardavano bramosi sperando di intervenire nella mischia.
Salette con i fori alle pareti da cui spuntavano cazzi eretti che lei succhiava mugolando.
Poi giochi con le corde, con le bende, con le manette. Lui, da uomo che ha ormai raggiunto tutti i traguardi, cercava fantasie sempre nuove per sentirsi più vivo. E le realizzava, tutte, con lei.

Senza chiedersi se a lei piacesse. In fondo era la sua troia perfetta che diceva sempre di sì e chiedeva sempre di più, come un tossico che aumenta le dosi. Drogata, dipendente. Diventava sempre più brava: nessuna incertezza, anche nelle situazioni più torbide e rischiose era la troia che faceva godere come nessun’altra, che faceva impazzire uomini e donne.
Quell’uomo credeva davvero che lei fosse solo affamata di lui, affamata di sesso, e magari un po’ innamorata del maschio bello e vincente.
Si cullava in quella certezza, senza mai guardare un centimetro più sotto. Senza capire, del resto neppure gli importava di sapere chi fosse davvero lei.
Non vedeva la sconfitta, la solitudine. Il matrimonio ormai svuotato, il marito che la sera annegava nella TV, i figli indifferenti e lontani.
Il lavoro duro e monotono con uno stipendio da fame, la spesa al discount, il miraggio sempre più inconsistente di un viaggio o di una macchina nuova. Il disagio, l’insonnia, i pianti silenziosi.
La voragine da cui cercare rifugio.

Lei si rifugiava nel darsi, poco importava a chi: darsi per dimenticare di appartenere a un’esistenza perdente.
Scopare quasi senza piacere, senza desiderio.
Scopare per annullarsi, per farsi trasparente e liquida nel piacere dell’altro.
Esistere solo come eccitazione di un uomo, fantasma nelle sue fantasie.
Era così che si trasformava nella troia perfetta, spogliandosi davanti al grande specchio in camera, dei suoi vestiti e di quella vita da donna normale e sconfitta, che ormai non le dava niente di bello.
Si spogliava e poi prendeva da quell’ultimo cassetto la lingerie dozzinale e sfacciata, le calze, il reggicalze di pizzo da due soldi con le clips allentate.
Il suo travestimento da troia.
E poi un abito fasciante, il trucco, le scarpe falsamente lussuose.
Davanti allo stesso specchio rialzava lo sguardo, uno sguardo diverso, trionfante .
Fiera del suo corpo liscio, della sua bocca, della sua fica, maestra nel regalare piacere.
Fiera di quell’aura di femmina sensuale, che le regalava l’illusione di valere qualcosa, di vincere, ancora una notte.
Un’altra notte a stordirsi di sesso, a fuggire dalla vita.


Lascia un commento